scuole di psicoterapia

Scuole di psicoterapia: il mio modello

Le Scuole di Specializzazione in Psicoterapia

Tra i molteplici modelli delle scuole di psicoterapia, psicodinamico-psicoanalitico (Freud), cognitivo-comportamentale (Watson-Beck), umanistico-esistenziale (Rogers-Perls), sistemico-relazionale (Bateson), biofunzionale-corporeo (Reich-Lowen), pluralistico-integrato (Wachtel-Lazarus-Frank), io ho scelto

il modello pluralistico integrato dei fattori comuni.

tra tutte le possibilità

Il modello pluralistico integrato dei fattori comuni (Giusti, 1997; Giusti, Montanari, Montanarella, 1995) è definito da Giusti e Montanari, capostipiti della scuola ASPIC, pluralistico gestaltico.

Questo modello si sviluppa su quattro fasi (Giusti, Montanari; Iannazzo, 2004):

  1. Pre-contatto
    è la fase in cui ci si inizia a conoscere e ad esplorare gli obiettivi da perseguire durante il percorso;
  2. Avvio-contatto
    si consolida la relazione;
  3. Contatto pieno
    avviene il cambiamento grazie all’elaborazione riparativa di vissuti inconsci ed al soddisfacimento di bisogni non ancora riconosciuti;
  4. Post-contatto
    avviene la crescita e l’assimilazione.

Ciascuna di queste quattro fasi è composta da un certo numero di sedute, le quali possono variare da caso a caso.

Questo approccio si basa sull’integrazione di tre elementi fondamentali:

  • l’eclettismo tecnico: selezione tra le diverse procedure dei metodi che funzionano meglio;
  • l’integrazione teorica: sintesi concettuale di diversi sistemi teorici;
  • la ricerca dei fattori comuni: elementi condivisi tra le diverse psicoterapie;

Ogni situazione è unica e l’ausilio delle varie tecniche acquisite dà modo, al terapeuta, di poter scegliere il tipo di intervento più adatto per quel caso specifico, a fronte di una valutazione effettuata.

Ritengo che il punto di forza di questo modello sia proprio la possibilità di poter effettuare un adattamento creativo,

ovvero sulla base dell’esigenza, tenendo in considerazione l’obiettivo da perseguire, le attitudini e le risorse del paziente e del terapeuta stesso, poter scegliere gli strumenti e le tecniche più efficaci, per quel dato momento storico del paziente, al fine di superare la difficoltà vissuta da questo per arrivare alla “guarigione” intesa come risoluzione del problema, crescita personale, consapevolezza di Sé stessi e di come ci si pone nella vita quotidiana.

 

In questo modello mi rispecchio nel pluralismo,

nella possibilità di accogliere i diversi contributi dei singoli approcci, in quanto ho sempre avuto la predisposizione a vagliare più opzioni senza precludere le varie possibilità del divenire e la bellezza della diversità e del suo apporto in ogni contesto, che nella terapia ritengo essere ancor più interessante e importante. Il tipo di intervento quindi è studiato per il caso specifico considerando le peculiarità del paziente.

Nel prossimo articolo darò alcune informazioni sugli strumenti e le tecniche utilizzate all’interno di questo modello. Se vuoi rivolgermi domande in merito all’argomento o per qualsiasi altra informazione, non esitare a contattarmi. Compila il form di seguito.


Bibliografia

Giusti E. (1997), Psicoterapie: denominatori comuni. Angeli, Milano.

Giusti E., Montanari C., Montanarella G. (1995), Manuale di di psicoterapia integrata. Angeli, Milano.

Giusti E., Montanari C., Iannazzo A. (2004), Psicoterapie integrate. Masson, Milano.

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La psicoterapia: che cosa e’ ? Chi la pratica?

La psicoterapia

La psicoterapia è una disciplina che si sviluppa attraverso la relazione terapeutica. Il fine e’ di ottenere il cambiamento, la riduzione dei sintomi e una conseguente modificazione della struttura della personalità. Questo e’ importante che sia condiviso fin da subito con il paziente.

Chi puo’ praticare la psicoterapia?

La psicoterapia e’ particata da psicologi e medici. Tali professionisti abilitati alla professione psicoterapica, sono iscritti negli appositi albi professionali, secondo le disposizioni previste dalla legge 18 febbraio 1989, n. 56.

La legge decreta che le lauree in psicologia e in medicina siano necessariamente integrate da corsi quadriennali delle scuole di psicoterapia riconosciute dal Ministero.

Le scuole di specializzazione in psicoterapia

Le scuole di specializzazione in psicoterapia, sono molte e si distinguono tra loro sulla base di orientamenti e di modelli ai quali afferiscono. Le tradizioni di ricerca hanno portato nel tempo a questa frammentazione. Nel prossimo articolo entrero’ piu’ nel dettaglio.

 


Bibliografia

Giusti E., Spalletta E., (2012). Psicoterapia e conuseling. comunanze e differenze. Sovera

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Che cosa è il counseling?

Il counseling

il counseling è un’attività professionale orientata alla promozione del benessere individuale e collettivo nel sostenere e sviluppare le potenzialità dell’individuo.  Abilità e competenze con le quali si stabilisce con l’utenza una relazione di aiuto e di accoglienza motivazionale.  L’intervento di counseling si stanzia ad un livello di cambiamento organizzativo interpersonale, limitato e specifico, mentre nella psicoterapia il trattamento  è principalmente ristrutturante intraspichico, oltre che relazionale.

 

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Le tecniche di counseling

le tecniche di counseling sono volte ad aiutare l’individuo a comprendere i propri sentimenti e atteggiamenti, a chiarire i risultati che si desidera ottenere, pianificando un percorso breve per conseguirli. Il counselor è un esperto di comunicazione e relazione che favorisce la crescita personale al fine di motivare il cliente a migliorare la qualità di vita.

 

In che modo?

il percorso di counseling è breve, limitato nel tempo, specifico ed estremamente focalizzato su di un obiettivo. Attraverso il dialogo si esplorano i vissuti emotivi della persona, nel qui ed ora, per aumentare la propria consapevolezza e far si che si acquisiscano gli strumenti per poter risolvere e o gestire i problemi.


Bibliografia

Giusti E., Spalletta E., (2012),  Psicoterapia e cousneling. Comunanze e differenze. Sovera

Giusti E., Pagni A., (2014), Il counseling psicologico. Assessment e interventi basati sulla ricerca scientifica. Sovera

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Comunicazione

La Comunicazione

La comunicazione

è uno scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato, sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento (Anolli, 2003).

La comunicazione è un’attività complessa, è una dimensione psicologica costitutiva dell’individuo e si caratterizza per alcuni aspetti che ora passiamo in rassegna (Anolli, 2006):
  • La comunicazione è un’attività eminentemente sociale.

Il gruppo rappresenta una condizione necessaria e un vincolo per la genesi, l’elaborazione e la conservazione di qualsiasi sistema di comunicazione.

  • La comunicazione è partecipazione.

Prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione, basati su processi complessi che si fondano sull’accordo di regole sottese per gli scambi comunicativi.

  • La comunicazione è un’attività eminentemente cognitiva.

E’ strettamente connessa con il pensiero e con i processi mentali superiori, il pensiero e la comunicazione si organizzano in modo reciproco, poiché c’è una relazione intrinseca fra realtà pensabile e realtà comunicabile.

  • La comunicazione è un’attività intrinsecamente legata all’azione.

La comunicazione è considerata un’azione poiché è un atto rivolto nei confronti di qualcun altro. L’atto comunicativo ha degli effetti sugli scambi tra i partecipanti coinvolti all’interno di un processo che viene ad influenzarsi reciprocamente.

La comunicazione è alla base dell’interazione sociale e delle relazioni interpersonali, è una dimensione intrinseca dell’essere umano che ne esprime l’identità personale. Quest’attività umana sofisticata si stanzia all’interno di una cornice di riferimento, la cultura dei soggetti partecipanti all’interazione.

Il contributo dell’informatica allo studio della comunicazione: l’approccio matematico

Lo studio della comunicazione nelle scienze umane è piuttosto recente, in realtà questi studi sono stati resi possibili dal concetto generale d’informazione che per definizione è:

  • Espansiva, l’informazione genera ulteriore informazione;
  • Comprimibile, a livello sintattico che semantico;
  • Facilmente trasportabile e trasmissibile a una velocità molto elevata.

In generale si può definire l’informazione come «una differenza che genera differenza» (Bateson, 1972) che per sua natura è la relazione fra due o più dati, in grado di generare ulteriori conoscenze e quindi entità astratta. La nozione d’informazione come differenza è alla base dell’informatica e della cibernetica. Infatti, in queste discipline e nelle tecnologie che su di esse si fondano (computer, nuovi media), qualsiasi informazione è digitalizzata ed è trasformata in una sequenza di 0 e 1. Questo scenario è stato approfondito dall’approccio matematico allo studio della comunicazione (Shannon, 1948). Secondo tale approccio, essa va considerata come un processo di trasmissione d’informazioni mediante il passaggio di un segnale (messaggio) da una fonte A (emittente) attraverso un trasmettitore (es. voce) lungo un canale (telefono) più o meno disturbato da un rumore a un destinatario B (ricevente) grazie a un recettore (apparato acustico).

L’approccio matematico

è stato il primo a fornire un modello teorico e verificabile della comunicazione. Tale approccio implica una teoria forte del codice, condizione necessaria e sufficiente per comunicare è l’avere a disposizione un codice di trasmissione dei messaggi. Gli studiosi optano per una relazione mediata fra segno e referente e, focalizzando l’attenzione sui processi di cifratura e decifratura dei messaggi, sono stati tralasciati aspetti fondamentali della comunicazione. L’elaborazione, la condivisione dei significati, l’intenzionalità, l’inferenza e la moltitudine dei sistemi stessi di comunicazione, sono aspetti rilevanti ai quali quest’approccio non ha posto attenzione (Anolli, 2002).


Bibliografia

Anolli, L. (2002), Le emozioni. Milano, Unicopli.

Anolli, L. (2003), Mentire. Bologna, Il Mulino.

Anolli, L. (2006), Fondamenti di psicologia della comunicazione. Bologna, Il Mulino.

Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente. Milano, Adelphi.

Shannon C. E. (1948), A Mathematical Theory of Communication. Bell System Technical Journal, vol. 27.

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Scegliere: Primo Atto Di Una Trasformazione

Scegliere per essere liberi

Scegliere: penso che sia una delle espressioni dell’essere liberi e allo stesso tempo può mettere in crisi, nel momento in cui si deve compiere una scelta che può portare ad un cambiamento. Alcuni di noi sono piuttosto istintivi, impiegano poco tempo per decidere; altri, invece, dedicano più tempo alla valutazione delle differenti opzioni e alle possibili conseguenze. Che si tratti di fare shopping, un viaggio, comprare casa, dire la verità o continuare a mentire, iscriversi in palestra oppure no, smettere di fumare o fare la dieta, compiere una scelta può farci sperimentare l’ambivalenza.

L’ambivalenza è qualcosa che sperimentiamo quotidianamente

In letteratura l’ambivalenza è una caratteristica dello stadio della contemplazione (Arkowitz, Westra, Miller, Rollnick, 2010). Prochaska e Norcross (2004) hanno operazionalizzato il modello degli stadi di cambiamento, costituito da cinque livelli di consapevolezza dell’individuo rispetto al grado di apertura verso il cambiamento. I cinque livelli sono: precontemplazione, contemplazione, preparazione, azione e mantenimento. Nella fase della contemplazione, l’individuo è consapevole che esistono dei problemi e non mette in atto comportamenti per risolverli (Giusti, Montanari, Iannazzo, 2006).

A volte scegliere è faticoso, doloroso e non sappiamo neanche come poter mettere in atto una decisione presa.

 

Perché devo scegliere, non posso prendere tutto?

In alcune circostanze ci diciamo questo, a me suona familiare e a voi?

 

pablo scegliere cibo 2 pablo scelta

In certe occasioni la scelta ci porta a mettere in atto una condotta sana, buona per noi stessi, altre volte mettiamo in atto comportamenti a rischio, adottando delle pratiche dannose per la salute psico-fisica.

 

Cambiare un’abitudine, liberarsi da una dipendenza che sappiamo farci male ma a cui allo stesso tempo siamo affezionati per un certo senso di sicurezza che ci procura, può essere faticoso. Il cambiamento porta una novità che può spaventare e destabilizzare.

 

Non voglio cambiare, sto bene così!

Quando mi è capitato di fare quest’affermazione, ho poi capito che se stavo già contemplando un ipotetico processo di cambiamento, evidentemente c’era qualcosa dentro di me che mi portava a rivedere le mie convinzioni. Cercare di capire quali fossero i costi e i benefici che avrei sperimentato prima di passare all’azione, è stato molto utile.

Attraverso delle metodologie (Miller, Rollnick, 2002) si esplora e si risolve l’ambivalenza per accrescere la motivazione, arrivando, attraverso un percorso terapeutico, al cambiamento.

Nell’emotività si effettua il cambiamento

Sperimentando ciò che proviamo e aumentando la nostra consapevolezza, abbiamo una maggiore possibilità per essere noi i protagonisti della nostra vita, scegliendo in piena libertà. Insieme possiamo farcela!

Se ti senti in contemplazione e sei interessato a fare un passo verso il cambiamento, contattami, io sono Roberta Sette (clicca sul nome).

 


Bibliografia

Arkowitz H., Westra H. A., Miller W. R., Rollnick S. (2010), Il colloquio motivazionale per i trattamenti dei problemi psicologici, Sovera, Roma.

Giusti E., Montanari C., Iannazzo A. (2006), Psicodiagnosi integrata. Valutazione transitiva e progressiva del processo qualitativo e degli esiti nella psicoterapia pluralistica fondata sull’evidenza obiettiva, Sovera, Roma.

Prochaska J.O., Norcross J.C. (2004), Systems of psychoterapy: A transtheoretical analysis (5th ed.), Wadsworth, New York.

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Ti Manca Il Tempo Per Fare Le Cose? La Psicologia Ti Dà Una Mano

Il tempo: una risorsa preziosa

Nella nostra società il tempo è una tra le risorse più preziose che abbiamo. Per le aziende essere i primi ad immettere un nuovo prodotto sul mercato è fondamentale, abbattere i tempi di produzione, velocizzare i processi di vendita.

I top manager spendono la loro vita per essere veloci, tanto quanto gli è richiesto dalle aziende. Le prestazioni dei professionisti sono basate su tariffazioni orarie e le aziende che si occupano di trasporto fanno leva sulla velocità degli spostamenti che offrono.

Non solo il business è incentrato sul tempo, ma anche ognuno di noi ha la vita organizzata e scandita dal tempo.

Alcune volte mi servirebbe una giornata di 48 ore!

Quante volte vi è capitato di dirlo? A me, spesso. Manca il tempo!

Ad esempio, quando ho avuto l’impressione di non aver concluso tutto quello che mi ero prefissata di fare in un certo giorno. Ed arriva poi la frustrazione, per non essere stata in grado di portare a termine tutto, di aver perso tempo, accompagnata dai rimorsi “potevo evitare di andare a prendere il caffè al bar con i colleghi….”. E immancabilmente il giorno dopo, sentirmi in affanno per dover recuperare le cose da fare lasciate inconcluse, mentre i miei obiettivi sembrano essere sempre più lontani.

 

clessidra logo

Basta, così l’ansia arriva alle stelle!

“Noi tutti abbiamo bisogno di dare una struttura al nostro tempo perché questo ci dà la sensazione di vivere davvero, di essere padroni del nostro tempo” (De Luca, Spalletta, 2011, pag 59).

Esattamente ciò che ho compreso ed iniziato a mettere in pratica. La spinta motivazionale al cambiamento, la benzina che alimenta il motore, è stata la voglia di raggiungere le mie soddisfazioni, come quando si vuole arrivare al traguardo, veloce e vincente come lo sprint finale in una corsa di moto.

Perché?

  • Per sentirmi libera dall’ansia;
  • Per non provare più la sensazione di affanno.

Come?

  • Prendendo coscienza che la giornata si può organizzare in modo più strutturato;
  • Imparando ad utilizzare l’agenda per gestire il mio tempo.

la mia agenda con loghi

Di cosa è fatta una giornata

La giornata è fatta anche dagli imprevisti, piacevoli o antipatici che siano.

Prendere il caffè con un amico che non si vede da tempo, è bello e fa piacere.

La ruota della macchina che si buca mentre si va a fare la spesa… beh, è spiacevole e può succedere.

L’utilizzo dell’agenda ci aiuta ad organizzare la giornata, quindi è necessario annotare i nostri impegni, scanditi da orari stabiliti, lasciando un margine di tempo tra l’uno e l’altro e, ancor più importante, lasciare del tempo per gli imprevisti.

Gestire bene il tempo aiuta l’autostima

La gestione del tempo va ad impattare anche sullo sviluppo del nostro empowerment e sull’autostima (Giusti, Testi, 2006; Wolfe, 2007).

Tra i nostri amici, familiari o colleghi ci sarà capitato di notare una persona con delle chiare difficoltà nella gestione del proprio tempo, magari pensando “che disastro”, e vederla peggiorare negli anni.

Probabilmente, le giustificazioni che questa persona fornisce per i suoi insuccessi non sono scuse e non sono bugie, ha semplicemente bisogno di imparare a conoscere e gestire una risorsa tanto preziosa che in realtà le fa provare ansia.

Una tecnica: scegli e monitora i tuoi obiettivi

Ci sono diverse tecniche ed accorgimenti che si possono mettere in pratica, ad esempio si può procedere facendo “La lista dei miei obiettivi” (Gambarasio, 2007): si scelgono e si scrivono cinque obiettivi da raggiungere per i sei mesi successivi, mettendoli in ordine di priorità.

Priorità Obiettivo
1.           
2.           
3.           
4.           
5.           

 

Fatta la lista, si procede con il monitoraggio del processo, rispondendo alle seguenti domande:

  • Cosa voglio ottenere?

  • Quali sono i miei obiettivi?

  • Quali sono le mie priorità?

  • A cosa d’importante dovrei dedicare il mio tempo?

Attraverso l’introspezione possiamo mettere in primo piano ciò che realmente vogliamo ottenere, consapevolmente, con le risorse di cui disponiamo.

Il tempo può dare molto di più, il tempo è vita, è gioia, è soddisfazione, è amicizia, è piacere.  


Bibliografia

De Luca K., Spalletta E., (2011), Praticare il tempo. Manuale operativo per ottimizzare la vita personale e professionale,Sovera, Roma.

Gambarasio G., (2007), Più risultati in meno tempo, Franco Angeli, Milano

Giusti E., Testi A., (2006), Vincere quasi sempre con le 3 A, Sovera, Roma.

Wolfe B. E., (2007), Trattamenti integrati per i disturbi d’ansia, Sovera, Roma.

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Come Ho Sconfitto Le Mie Frasi Killer E Come Le Uso Con I Miei Pazienti

Devi credere in te stessa! Da qui parte la mia riflessione.

E’ sufficiente ripetermi da sola “ce la posso fare” affinché le cose cambino?

No, non basta. Certo, mi è stato d’aiuto darmi un po’ di coraggio e dirmi che avevo tutte le carte in regola per ottenere ciò che volessi.

Ma non funziona così, o meglio, per me è stato vero fino ad un certo punto.

Infatti, non mi spiegavo perché, nonostante il mio auto-incoraggiamento prima di una prova importante, provassi così tanta ansia, proprio io che non sono particolarmente ansiosa, anzi.

O perché, prima di una valutazione, mettessi in discussione la mia preparazione, al punto che perfino l’esperienza acquisita sembrava sparire in alcune circostanze.

Il concetto di autoefficacia (Bandura, 2000; Clum, Rice, Broussard, Johnson, Webber, 2014) ovvero la convinzione che si ha nell’essere in grado di portare a termine gli obiettivi prefissati, mi colpì molto durante gli studi universitari, così da farlo diventare il mio motto.

Attenzione alle frasi killer

E’ stato consolatorio, ma essendo analitica e cognitiva ho bisogno di capire il perché delle cose. Andando a scavare nei meandri del mio inconscio, ho trovato le cosiddette frasi killer: sono quelle frasi che sentiamo dire dalle figure genitoriali quando siamo bambini e che, dette volontariamente o inconsapevolmente, ci segnano per tutta la vita.

Eccone qualche esempio:

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Effetto su di noi delle frasi killer

Questi sono solo alcuni esempi di frasi killer che sminuiscono la persona e il suo saper fare, andando a minare lo sviluppo dell’autoefficacia personale. Queste frasi sono rafforzate in quanto sono dette generalmente dalle figure genitoriali, contribuendo a costruire delle credenze non veritiere sulle capacità che (non) si hanno per affrontare e superare le prove della vita.

Scoprire il proprio copione

Ho ricondotto le mie frasi killer ai copioni (Stewart, Joines, 2000), che, spiegati in modo molto sintetico e semplicistico, altro non sono che delle decisioni inconsapevoli prese nell’infanzia, che ci aiutano a definire la realtà in cui viviamo.

La storia di Maria

In un percorso di counseling con una cliente molto giovane che ho seguito, abbiamo lavorato sul concetto di autoefficacia, analizzando quelli che sono stati i suoi successi, le decisioni prese e le strategie utilizzate per il raggiungimento degli obiettivi. Già il solo fatto di aver esaminato i suoi traguardi è stato importante per lei, in quanto non si era mai soffermata su questo aspetto:

averli visti come successi ha cambiato la sua prospettiva.

Maria comincia a valutarsi meglio

Aver dato una valenza positiva e messo in risalto le ricchezze a disposizione ha comunque portato la mia cliente ad avere un altro angolo di prospettiva su se stessa.

Il lavoro che si può fare sull’autoefficacia mi appassiona e al contempo lo trovo estremamente stimolante: lo si può fare scegliendo il tipo di livello a cui si è pronti a lavorare e soprattutto sul quale il cliente o paziente è disposto e pronto ad arrivare. Ognuno sceglie la propria profondità, tu a quale profondità sei disposto a scendere?

Ti piace il mio modo di lavorare? Sentiamoci!

Insieme possiamo fare un percorso di counseling per aumentare la tua autoefficacia. Scrivimi a info@robertasette.it oppure chiamami al +39 3384282200.


Bibliografia

Bandura A. (2000). Autoefficacia. Teoria e applicazioni. Erickson.

Clum G.A., Rice J.C., Broussard M., Johnson C.C., Webber L.S. (2014). Associations between depressive symptoms, self-efficacy, eating styles, exercise and body mass index in women. Journal of Behavioral Medicine, Vol. 37, Issue 4, pp 577-586.

Stewart I., Joines V. (2000). L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani. Garzanti.

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Io E Le Emozioni In Un Passo A Due!

Voglio condividere un’esperienza nuova di gruppo che ho vissuto. Ho partecipato ad un lavoro di gruppo di psicoterapia a indirizzo psicodinamico e ho avuto modo di interrogarmi su ciò che per me è il silenzio.

Cos’è un gruppo di psicoterapia?

Ci sono varie tipologie di gruppo e tecniche differenti che vengono utilizzate dal conduttore mentre si lavora. Il lavoro in gruppo è:

«un processo attraverso il quale venire incontro alle particolari esigenze relative ai bisogni individuali e di gruppo, basato su una visione della persona come entità in costante interazione e rapporto con gli altri» (Benson, 1993, p.23).

Il gruppo è generalmente costituito da un massimo di quattordici partecipanti, seduti in cerchio, in modo da poter avere il contatto visivo l’uno con l’altro (Giusti, Montanari, Iannazzo, 2004).

Il gruppo psicodinamico

Così come per altre tipologie, il gruppo psicodinamico è condotto da un terapeuta, il quale agevola i partecipanti, effettuando delle riformulazioni sulle riflessioni che ciascuno ha condiviso. Questo tipo di gruppo differisce da quello gestaltico, che frequento regolarmente, per alcuni aspetti, tra cui la regola fondamentale che ognuno deve parlare per sé e nessuno deve esprimere il proprio parere su ciò che è stato appena condiviso da un membro del gruppo. In una dinamica di questo tipo si creano dei momenti di silenzio, più o meno lunghi, che ciascun membro vive e sperimenta in modi differenti.

Sentire il silenzio

Durante questa esperienza Ho sentito il mio silenzio, e citando il dott. Antonio Iannazzo:

il silenzio è presenza.

Il silenzio non è assenza di qualcosa, è presenza, è vicinanza, anche all’interno della relazione terapeutica. Per poter entrare in contatto vero con l’altro, si ha necessità di comprenderlo. La comprensione presuppone una condizione fondamentale che è l’ascolto dell’altro, inteso come apertura dell’Essere nei confronti del mondo, e non può esistere un ascolto autentico se non ci si mette in una disposizione silenziosa alla comprensione dell’altro (Guido, Motta, 2008).

Cosa posso prendere dal mio silenzio?

Nel mio silenzio ho trovato pace e quiete, curiosità e confronto, che mi hanno portata a riflettere e porre attenzione su quelle che sono le mie emozioni e su quello che invece sono i vissuti e i sentimenti degli altri. Fare i conti con il proprio silenzio non è semplice, potete immaginare com’è stare con il silenzio dell’altro? Il lavoro del terapeuta è anche questo, saper stare in silenzio con l’altro, e per farlo si deve necessariamente lavorare su se stessi.

Ballare nel gruppo con le mie emozioni

Durante gli incontri di gruppo il lavoro è intenso. Alcune volte mi capita, anche se non lavoro io direttamente, di sentire delle forti emozioni. L’esperienza di gruppo per me è la traduzione fenomenologica di ciò che è la psicologia della Gestalt: “il tutto è più della somma delle singole parti”.

Il gruppo fa da cassa di risonanza per le emozioni, ogni incontro è speciale, è unico e per me è come se ogni volta fosse la prima volta, con la consapevolezza che il legame e la fiducia con esso si rafforzano sempre di più. Quando sono seduta in cerchio nel gruppo, come in un passo a due di danza, io e le emozioni iniziamo a volteggiare, strette come in una presa del ballerino che sostiene la sua partner; ed è qui che inizia la mia sfida, il mio allenamento.

Verso il MIO passo a due

Danzare in un passo a due è lasciarsi permeare con l’altro e allo steso tempo aver chiaro il proprio confine, arrivare ad avere una padronanza della tecnica e una sintonia con il partner tale per cui la variazione agli occhi dello spettatore sembra la cosa più naturale che due esseri umani possano fare insieme. Questo è quello che voglio, questa è la mia sfida, questo è quello per cui mi alleno: portare nella relazione d’aiuto il mio passo a due!

 


Bibliografia

Benson J.F., Gruppi, organizzazione e conduzione per lo sviluppo personale, Roma, Sovera, 1993.

Giusti E., Montanari C., Iannazzo A., Psicoterapie integrate. Piani di trattamento per psicoterapeuti con interventi a breve, medio e lungo termine, Milano, Masson, 2004.

Guido A., Motta S., Fenomenologia del silenzio lungo il “confine di contatto”, in “Psychofenia”, vol. XI n. 19, 2008.

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Scrivo Una Lettera Per Te (Che Non Leggerai Mai)

Cosa è cambiato da quando vado in terapia?

Non è cambiato nulla, sono la stessa di un anno fa se non fosse che ho una consapevolezza differente di me stessa.

La mia consapevolezza parte da una lettera, in terapia la scrittura è spesso utilizzata.

Fare un diario

Alcune volte si propone al paziente, o cliente, di tenere un diario (De Luca, Spalletta, 2011; Giusti et alia 2014).

La scrittura è una forma terapeutica che per alcuni può essere molto efficace e come forma di autosostegno, nel percorso di terapia.

 

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Scrivere una lettera ad una persona che temevo di ferire

La mia terapeuta mi chiede di scrivere una lettera, scrivere tutto ciò che avrei voluto dire ad una persona in particolare a cui non ho avuto coraggio di dire alcune cose per timore di farle male.

Questo mio timore portava a farmi stare male. Nel momento in cui me lo ha proposto ho accettato senza troppe remore anche se pensavo che non sarebbe servito.

Ok. Scrivere una lettera per te, ad una persona che tanto non leggerà quanto ho da dirle. Passato qualche giorno, mi prendo il mio tempo e il mio spazio, il mio momento di totale raccoglimento e con il foglio bianco davanti e la penna lascio andare la mano.

La mano libera converte in scrittura i sentimenti provenienti dal mio cuore, profondi e sinceri, dolorosi e tristi.

Le lacrime scendono giù perché il cuore si sta liberando del dolore provato.

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Dalle lacrime alla ricomposizione del puzzle

Pagine e pagine di PAROLE cariche di significati e vissuti, una lettera struggente. Alla seduta successiva la leggo ad Anna, la mia terapeuta e non riesco a trattenere le lacrime e questa per me è una liberazione, con lei sono libera di piangere.

Con lei ho saputo dare un significato alle mie emozioni a ricondurre i pezzi nel verso giusto per me e capire cosa ci fosse dietro al dolore e alla tristezza che provavo.

Con le sedute successive ho iniziato a metabolizzare quello che avevo sperimentato e a consapevolizzare man mano pezzi di me e ricomporre un puzzle che per me ha senso.

Il senso è il mio, questo mi dà forza, questo mi consola.


Bibliografia

De Luca K., Spalletta E., (2011). Praticare il tempo. Manuale operativo per ottimizzare la vita personale e professionale.Sovera. Roma

Giusti E., Scassaioli E., Milani C. (2014) Tecniche per l’Autocontenimento. Sovera. Roma.

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Quali Sono Le Emozioni “Positive”? Qual È Il Loro Potere?

L’interesse nei confronti delle emozioni, e più in generale nei confronti della vita affettiva, ha origini dall’antica Grecia.

Platone considerava le emozioni importanti quanto la ragione e i bisogni fisici di base, Aristotele le considerava tendenze biologiche di base nell’esperienza affettiva (Averil, More, 1993), analizzando la relazione tra convinzioni ed emozione, concezioni oggi riprese dalle attuali teorizzazioni (Lazarus, 1999).

Cos’è un’emozione?

Le emozioni sono stati affettivi intensi e di breve durata, hanno una causa precisa scatenante, che può essere sia interna che esterna, con un contenuto cognitivo definito. Le emozioni hanno un inizio, una durata e una fase di attenuazione caratterizzata dalle espressioni facciali e il relativo comportamento adattivo (D’Urso, Trentin, 2006).

Alcuni studiosi sostengono che ci siano 2 stati emotivi di base, felicità e tristezza (Weiner, Graham, 1984); altri sostengono che ci siano 9 o più emozioni di base. Queste divergenze hanno portato alcuni ricercatori a rifiutare completamente il concetto delle emozioni di base (Averill, 1994; Shweder, 1994).

Gli studi sulle emozioni

Lo studio delle emozioni presenta differenti modelli e all’interno dell’approccio categoriale le emozioni positive, più frequentemente annoverate tra le emozioni primarie, sono due: gioia e sorpresa (Tomkins, 1962; Plutchik, 1995). I modelli dimensionali classificano le emozioni positive sulla base di due dimensioni: attivazione/disattivazione e piacevolezza/spiacevolezza o valenza edonica (Russell e Feldman Barrett, 1999). La gioia e la felicità sono emozioni specifiche degli stati positivi, ovvero in assenza di emozioni negative (Fredrickson, 1998; Seligman e Csikszentmihalyi, 2000; Sheldon e King, 2001; Fredrickson e Cohn, 2008).

Di cosa sono fatte le emozioni “positive”?

Oltre ai modelli già citati per lo studio delle emozioni, Ciceri (2015) pone l’accento sulle ricerche che si sono proposte di individuare le componenti specifiche delle emozioni “positive”.

Tutte le emozioni sono in realtà utili e positive, ma comunemente definiamo “positive” quelle piacevoli, mentre “negative” quelle più scomode come rabbia e tristezza.

Alcune ricerche hanno esaminato i resoconti verbali di esperienze soggettive, da cui sono stati estratti fattori o dimensioni caratterizzanti. Da questi studi (Watson et al., 1999; Tellegen, Watson e Clark, 1999; Argyle e Crossland, 1987; Tong, 2007) sono emerse quattro componenti, presenti in tutte le emozioni positive, seppur in gradi diversi:

  • la concentrazione o assorbimento;

 

  • il senso di potenza o raggiungimento di un obiettivo;

 

 

  • l’altruismo, o messa in atto di risposte a esigenze sociali;

 

 

  • la spiritualità, intesa come ciò che rende le esperienze serie e profonde, sperimentando un senso di soddisfazione totale e di pienezza.

 

 

 

Cos’è la gioia?

Shiota e collaboratori (2014) individuano che emozioni quali la gioia, la contentezza, il rilassamento, sono esperite dalla percezione di aver raggiunto uno scopo e nell’aver conquistato una ricompensa, che può essere intrinseca o esterna al soggetto.

Al contrario del piacere che deriva dal soddisfacimento di un bisogno, le emozioni, in particolare quelle della famiglia della gioia,

vengono attribuite ad una esperienza positiva diversa e più duratura, che si genera quando si va oltre il raggiungimento dell’omeostasi (appagamento), favorendo la crescita personale fino al raggiungimento di una situazione positiva a lungo termine (Ciceri, 2015).

Dall’esperienza emotiva scaturisce la tendenza all’azione: l’avvicinamento, per esempio, coinvolge l’individuo a livello fisico, mentale e comportamentale (Ciceri, 2015).

La gioia, spesso chiamata anche felicità, porta ad una vicinanza all’oggetto che induce attrazione ed interesse. Questa emozione porta all’apertura e all’esplorazione dell’ambiente e degli individui presenti. Un’espressione tipica dell’esplorazione gioiosa è il gioco, che induce a scoprire l’ambiente senza uno scopo, nel senso più ampio del termine, coinvolgendo aspetti fisici, sociali, intellettuali ed artistici (Ciceri, 2015).

Le altre emozioni positive: interesse, euforia, stupore, tenerezza, sollievo

L’interesse spiega la propensione all’apprendimento e all’esplorazione attiva (Lazarus, 1991). L’interesse è tra le emozioni positive con un’alta attivazione e capacità di controllo, nonostante abbia una valenza edonica minore rispetto alle emozioni della gioia, euforia e del divertimento (Ciceri, 2015). Alcuni studi effettuati sull’interesse (Ryan e Deci, 2000) hanno messo in evidenza che

mentre viene svolta un’attività, l’interesse ha una funzione stimolante sulla durata del coinvolgimento, sulla volontà a ripetere tale attività e sullo sviluppo delle competenze impiegate.

L’interesse favorisce l’individuo nella comprensione del testo e nel ricordare il materiale esaminato, tanto maggiore è l’interesse per il testo (Silvia, 2001, 2005, 2006). L (2002) attua una trasformazione corporea per cui

l’individuo si sente fuori dal mondo.

Il corpo è attivato e ne deriva una spinta a comunicare all’altro ciò per cui l’emozione si è scatenata (Ciceri, 2015).

Lo stupore (meraviglia, incanto) induce ad una tendenza all’azione mentale, intesa come riflessione, contemplazione, coinvolgimento. Lo stupore e le emozioni semanticamente vicine, sono sostanzialmente dirette verso oggetti che suscitano nell’individuo una prima fase di inattività sospesa, che può prevedere momenti di apnea che favoriscono la contemplazione (Ciceri, 2015). L’oggetto esterno è valutato eccezionale per la sua bellezza (esperienza estetica), per la sua maestosità o intrinseca piacevolezza. Schindler, Peach e Lowenbruck (2014) parlano di ammirazione e adorazione come una declinazione sociale della meraviglia. L’ammirazione porta ad avvicinarsi alla persona ammirata per costruire una relazione significativa.

Il Sollievo, la tranquillità, la serenità conducono l’individuo ad un comportamento basato sull’inattività (Frijda, 1989). Ellsworth e Smith (1988) lo definiscono come, «non fare nulla». Per questa famiglia di emozioni non c’è la tendenza all’azione, è uno stato di calma mentale (Ciceri, 2015).

La serenità facilita l’apertura e la propensione al prendersi cura dell’altro (De Rivera, Lois e Julie, 1989),

è un’emozione che spinge l’individuo a gustare la quotidianità, sperimentando unità e attribuzione di un senso attorno a sé (Ciceri, 2015).

La tenerezza, l’innamoramento sono una dimensione emotiva che fa ampliare il repertorio esplorativo dell’individuo nel momento in cui conosce, gusta o gioca con la persona o con l’essere vivente con cui intrattiene una interazione (Ciceri, 2015).

Le emozioni positive portano ad una più ampia visione delle situazioni.

Per tutti questi motivi capite bene quando sia importante generare in noi e nei nostri pazienti delle emozioni “positive”! 


Bibliografia

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